CRIMINAL PROFILING a cura della Dott.ssa Ilaria Paparesta

 

All’interno della criminologia esiste un particolare ambito, chiamato “psicologia investigativa”, che si concentra principalmente sull’applicazione degli strumenti conoscitivi criminologici tradizionali e non al mondo delle investigazioni criminali. E’ qui che entra in campo il criminal  profiling, ossia una tecnica di supporto all’investigazione attraverso cui processare informazioni raccolte sulla scena del crimine per stilare una predizione delle caratteristiche dell’offender e per predirne eventuali comportamenti.

 

Il criminal profiling resta di fatto una tecnica di analisi a sostegno delle investigazioni attraverso il quale si arriva a stilare un possibile profilo psico-comportamentale del soggetto che ha compiuto un determinato crimine. 

E’ da chiarire che tale tecnica serve per ridurre la rosa dei sospettati e che non arriverà mai ad identificare uno specifico sospettato.

L’esito del profiling è una sorta di ritratto psico-comportamentale che contiene informazioni di carattere biografico, psicologico e comportamentale su un dato criminale sconosciuto.

 

Nascita e sviluppo del Criminal Profiling

Il caso in cui si sviluppa il primo offender profiling è il caso di Jack lo Squartatore.

Il Dr. Thomas Bond, chirurgo e docente di medicina forense, condusse l’analisi post-mortem sul corpo di Mary kelly, generalmente conosciuta come l’ultima vittima dello Squartatore.

In un rapporto scritto il 10 novembre 1988 e inviato a Robert Anderson, capo del CID (Criminal Investigation Department) della Polizia Metropolitana di Londra, Bond fa inferenze sulle caratteristiche fisiche, occupazione, reddito, abitudini, motivazioni, parafilie sessuali e malattie dello Squartatore.

Egli concluse che l’omicida era soggetto ad attacchi omicidi periodici.

 

L’uso moderno del profilo psicologico nel processo di investigazione criminale può essere rintracciato nel lavoro dello psichiatra Dr. James A. Brussel, il quale stilò il profilo psicologico di Mad Bomber, il quale nel 1956 terrorizzò New York. Dalla combinazione delle statistiche criminali, psichiatria e analisi investigativa della scene del  crimine, Brussel riuscì a stilare un’accurata predizione circa la descrizione e il background del bombarolo,  George Metesky.

 

Dal 1978, il supporto investigativo, la ricerca, il training in quest’area è stato fornito negli Stati Unitit dalla Behavioral Science Unit – conosciuta adesso come National Center for the Analysis of Violent Crime (NCAVC) – situata all’interno del Critical Incident Response Group (CIRG) all’Accademia dell’FBI a Quantico in Virginia.

 

Metodi applicativi del Criminal Profiling

Il criminal profiling può essere diviso a grandi linee in due modelli di approccio teorico-analitico: induttivo e deduttivo. 

Il profiling di tipo induttivo (FBI) si basa su pattern comportamentali generalizzati a partire da un’analisi statistica di dati provenienti da una popolazione di offenders in stato di detenzione. Questo tipo di profiling usa le informazioni provenienti dal database contenete le informazioni degli offenders catturati per predire i tratti di personalità ed i comportamenti degli offendrs sconosciuti in casi specifici.

Il profiling di tipo deduttivo (BEA) si basa sulla logica deduttiva e ragiona in maniera inversa rispetto al precedente, ossia dallo specifico al generale. Le prove del caso vengono analizzate e poi utilizzate per costruire un profilo comportamentale specifico, valido esclusivamente per il caso che si sta affrontando.

 

Ambiti applicativi del Criminal Profiling

Non tutti i crimini possono essere sottoposti a questo tipo di analisi: furto con scasso, la distruzione di proprietà o crimini compiuti sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

Il criminal profiling può essere utilizzato invece in tutti quei crimini che mettono in luce alcuni indicatori di alterazione o disfunzione di carattere psicologico. Tra questi:

  • aggressioni sessuali
  • piromania
  • omicidi efferati
  • omicidi senza apparente movente
  • omicidi a sfondo sessuale
  • stupro
  • attentati dinamitardi di matrice seriale

 

Le informazioni necessarie per arrivare ad elaborare un profilo di personalità secondo l’approccio FBI includono:

  • fotografie della scena del crimine
  • informazioni sul vicinato
  • rapporto medico-legale
  • una mappa degli spostamenti della vittima prima del decesso
  • il rapporto investigativo completo sull’evento criminale
  • background della vittima

 

Detto questo, il Criminal Profiling è certamente una tecnica affascinate ed interessante, ma dalla quale non possiamo pretendere miracoli. Le critiche ed i limiti sono tanti ed affidarsi completamente ad essa sarebbe sbagliato, ma è cautamente da utilizzare come supporto alle indagini investigative ad un crimine.

Scrivi commento

Commenti: 0

  • loading

In risposta ed integrazione a quanto scritto dalle Dottoresse Paparesta e Di Loreto, la dott.ssa Elisa Ceravolo, ci presenta il suo punto di vista su un tema molto attuale, l'interesse per i fatti di cronaca nera, il potere dei mass media di ricostruire la realtà dei fatti e la formazione dei cosiddetti "processi spettacolo".

 

Elisa, laureata in Psicologia Criminale e Investigativa presso  l’Università degli Studi di Torino, ha conseguito una tesi di laurea di ricerca in “Mass media e Imputabilità - Cronaca giudiziaria ad alta visibilità mediatica”, studiando tutti gli articoli usciti sul caso di Cogne e Delfino. Lavora nel campo dei disturbi mentali gravi da 4 anni; partecipa da 4 anni ad un gruppo terapeutico con pazienti dichiarati incapaci di intendere e volere; attualmente lavora come Psicologa presso una comunità terapeutica di Torino e svolge il tirocinio di specialità presso il Carcere le Vallette di Torino. Alcune delle formazioni a cui ha partecipato:  Sex offenders - Recupero sociale e Psicoterapia; La psicoterapia dei soggetti violenti in stato di detenzione e la formazione al trattamento dei soggetti violenti; Corso F.A.C.S. Fancial Action Coding System di Paul Ekman - riconoscimento delle emozioni attraverso l'analisi del comportamento del volto; Il caso delle bestie di satana, tra investigazione e processo; Come si fa/non si fa la perizia. Attualmente in formazione presso la scuola di Psicoterapia SPP di Milano.

 

                                                                                                                                      

CRIMINOLOGIA

 

Perché tanto interesse verso i fatti di cronaca nera?

Fin dal tempo dei patiboli (1975)la cronaca giudiziaria ha sempre destato interesse nella cittadinanza, ma nel corso del tempo non sono cambiati tanto i crimini in sé, quanto piuttosto la loro rappresentazione. Se all’epoca del patibolo esistevano i supplizi in pubblico e poco dopo sono apparsi i “fogli volanti” dei piccoli tipografi che raccoglievano storie eccezionali da vendere al popolo nelle piazze e nelle fiere, oggi esiste la comunicazione di massa. Per sua definizione un medium di massa è un mezzo attraverso il quale è possibile diffondere un messaggio ad una pluralità di indistinti e diffusi destinatari, questo fa del medium un potente strumento, e come ogni grande invenzione anch’esso porta con sé benefici, problematiche e spunti di riflessione. Da qualche anno è entrata nel nostro linguaggio l’espressione processo mediatico, per capire tale fenomeno è necessario comprendere le dinamiche psico-sociali su cui esso si poggia, poiché senza la loro comprensione non sarebbe possibile indagare la modalità di rappresentazione della realtà che oggi i media ci offrono. Il contesto sociale in cui viviamo è costituito da molti eventi di natura diversa,  ma c’è un elemento che ognuno di essi ha in comune, il fatto di arrivare a noi attraverso un filtraggio effettuato dai medium. Per ovvie ragioni noi non possiamo partecipare ad ogni momento che caratterizza il nostro tempo, tuttavia, riusciamo ad accedervi ugualmente attingendo dai mezzi di comunicazione. Ne consegue che non potendo “vedere” con i nostri occhi vedremo, leggeremo e sentiremo una rappresentazione di quel momento, il quale viene ritagliato, semplificato e strutturato per noi dal mezzo di comunicazione, che sia esso un quotidiano, un video o una radio. Se il passaggio dal fatto al racconto del fatto è delicato per qualunque argomento, lo è ancora di più nel caso della cronaca giudiziaria, proprio per le implicazioni sociali e politiche che essa stessa possiede. A questo aspetto va aggiunta la complessità intrinseca del processo giuridico stesso, il quale è costituito da molte sfaccettature, di cui una delle più significative è la valutazione dell’imputabilità. Questo specifico momento del processo porta con sé implicazioni di forte contenuto giuridico, diagnostico, ma anche sociale. Va da sé quanto sia rilevante la modalità con la quale questo passaggio del processo viene raccontato e conseguentemente il come viene percepito dall’opinione pubblica. Sulla stampa vanno a contrapporsi delle verità verosimili, ma spesso lontane da quanto effettivamente accade in sede giudiziaria. Perfino la sentenza non riesce quasi mai a dissolvere l’enigma che nell’immaginario del pubblico resta irrisolto o ambiguo. È in questo clima che i mezzi di comunicazione assolvono il compito di riferire ciò che fa la giustizia, incalzandola, criticandola o sostenendone l’azione. Per questo motivo alcune vicende giudiziarie possono morire sui mezzi d’informazione entro il primo grado di giudizio, oppure trasformarsi in una vera e propria telenovela. L’opinione pubblica si trova così di fronte a due giustizie parallele, una giudiziaria e una mass mediatica.  Si crea quindi un  processo parallelo, dove la giustizia percepita è quella più facilmente fruibile perché dispensata con maggiore frequenza ed insistenza. 

Scorrendo gli articoli, (analisi fatta su La Stampa, Repubblica, Il Corriere, Il Giornale) ad esempio, è evidente come anche in un sistema pluralistico di mass media come il nostro, può prodursi uniformità di orientamenti e contenuti nella copertura informativa di determinati argomenti. Questo innesca inevitabilmente una reazione a catena di mutua conferma, piuttosto che di differenziazione e controllo reciproco tra media.  Si nota come alcune notizie assumono una particolare coloritura e tendono a suscitare una determinata emozione. Ci sono anche casi in cui la notizia viene svuotata di ogni contenuto, mantenendo tuttavia l’apparenza d’informazione. Emergono allusioni, ambiguità, omissioni di fatti, elementi tralasciati, presentazioni di fatti a metà, in modo tale che il destinatario completi il “non detto” nella direzione tracciata dall’emittente. Si possono rintracciare la messa tra parentesi del contesto in cui un evento è maturato, la collocazione sullo sfondo di parte degli attori coinvolti nell’evento, l’occultamento delle implicazioni che un fatto genera, le presentazioni tendenziose o l’affidare a terzi, apparentemente neutrali, la formulazione di interpretazioni. Più evidente è l’uso del linguaggio, come il ricorrere a frasi esclamative o interrogative e ad espressioni linguistiche in senso emotivo e valutativo. Anche i commenti o le interpretazioni, che sono modalità essenziali dell’informatore, se non vengono opportunamente segnalati generano manipolazione. Si rintracciano anche  alcuni esempi di fattoidi  (termine usato per la prima volta da Norman Mailer, factiod, per intendere quegli eventi che vengono creduti veri perché i mass media ne hanno fatto notizia) nella fuga di notizie, nelle insinuazioni o nel tentativo di costruire un quadro apparentemente coerente.

 

 

Come viene costruita una notizia?

Per comprendere i passaggi che fanno sì che una notizia piuttosto che un’altra arrivi al pubblico è necessario partire dal concetto di gatekeeper, il selezionatore. Questo concettoè stato introdotto per spiegare quali accadimenti sono ritenuti importanti per essere poi trasformati in notizie. Wolf (1990) sostiene che c’è gatekeeper quando un individuo o un gruppo ha “il potere di decidere se lasciare passare o bloccare l’informazione”. Il gatekeeper nei mass media include tutte le forme di controllo dell’informazione, che vanno dalle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la selezione, la formazione del messaggio, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti.  Wolf (1990)[iii] spiega come Breed, nel suo lavoro sul controllo sociale nelle relazioni del 1955, analizzò i meccanismi con i quali è mantenuta la linea editoriale di un giornale, accertando che essa viene appresa per osmosi e viene imposta soprattutto mediante il processo di socializzazione dei giornalisti all’interno della redazione. La fonte principale di aspettative, orientamenti e valori professionali, non risulta quindi essere il pubblico come ci si aspetterebbe, ma il gruppo di riferimento costituito dai colleghi o dai superiori. Dunque, nell’approcciarsi ai media è necessario conoscerne non solo i sistemi di valori, di immaginario collettivo che essi propongono, ma anche il modo, i processi, le limitazioni con cui questo avviene. Nella selezione dei principali materiali, nel tempo loro attribuito e nelle connessioni poste tra essi, il giornalismo lascia una sua impronta specifica sull’evento, creando un’atmosfera e un insieme di attese, determinando un contesto di interpretazione del materiale e dei “fatti” che formano l’evento stesso.  Viene così determinato un insieme di criteri di rilevanza che definiscono la notiziabilità (newsmaking) di ogni evento, cioè la sua attitudine a essere trasformato in notizia. Ci sono quindi delle caratteristiche che un evento deve avere, o presentare agli occhi dei giornalisti, per poter essere trasformato in notizia.  La definizione e la scelta di ciò che è notiziabile, rispetto a ciò che invece non fa notizia, è orientata verso la “fattibilità” del prodotto informativo da realizzare, peraltro, in tempi e con risorse limitate. L’importanza del concetto di “fattibilità” sta nel suo contribuire a decontestualizzare un evento dal contesto in cui è accaduto, per poterlo poi ricontestualizzare dentro il formato notiziario. Il risultato del lavoro di decontestualizzazione e poi di ricontestualizzazione degli eventi, fa sì che si crei inevitabilmente una frammentazione dell’informazione. Le ricerche sui media mostrano come questi si contraddistinguono per la frammentazione dell’immagine nella società. La frammentazione avviene mediante la sequenza avvenimenti-notizie, per la quale gli eventi sono riportati come autosufficienti, non spiegati né spieganti altri avvenimenti-notizie. A questo proposito,Wolf (1990)riporta i risultati di Findahal-Hoijer, i quali in un’analisi sull’informazione, rilevano che il giornalismo rimane ad un livello superficiale e a-contestuale, poiché i tentativi di descrivere un tema più approfonditamente risultano generalmente privi di sistematicità e poco incisivi. Dalla loro analisi risulta che la metà dei temi studiati o manca del tutto dell’informazione di background o fornisce soltanto riferimenti incompleti ai fattori e motivi sottostanti. In questo modo le cause degli eventi sono spesso frettolosamente menzionate di passaggio, senza il necessario rilievo, inoltre alcuni resoconti sono ricchi di irrilevanti dettagli marginali, che in nessun modo aiutano a spiegare la situazione.A causa dei limiti rigidi della natura delle notizie e del loro formato, l’attenzione è su ciò che accade, non sul perché accade o sulle sue profonde cause.Il prodotto informativo appare essere il risultato di una serie di negoziazioni pragmaticamente orientate, che hanno per oggetto cosa va inserito e come nel giornale, notiziario o telegiornale.Distorsione, frammentazione, difficoltà di argomentazione a trattare in modo approfondito e coerente i temi presentati, sono dunque caratteri addebitabili da un lato alla maniera in cui si svolge la produzione, dall’altro ai valori e alla cultura professionale che i giornalisti interiorizzano e praticano. L’intreccio tra i due ordini di fattori è molto stretto e ciascuno finisce con rafforzare l’altro, rendendoli ancora più vincolati.  Esemplificativi di tale meccanismo sono i valori/notizia (news value), una componente essenziale della notiziabilità. Essi rappresentano la risposta alla domanda: “quali eventi sono ritenuti sufficientemente interessanti, significativi, rilevanti, per essere trasformati in notizie?” (1990)[v].I valori/notizia sono la qualità degli eventi o della loro costruzione giornalistica, la cui assenza o presenza è un requisito fondamentale per la loro inclusione all’interno di un prodotto informativo. Infatti, “più un evento esibisce tali qualità, maggiori sono le sue chance di essere incluso” (1990). Un altro aspetto generale relativo ai valori/notizia riguarda il tipo di processo di cui essi sono parte costitutiva: i giornalisti ovviamente non possono decidere ogni volta ex novo come selezionare i fatti che compariranno in veste di notizie, poiché ciò renderebbe impraticabile il loro lavoro. L’esigenza primaria è dunque quella di routinizzare tale compito, cosi da renderlo gestibile, proprio a questo servono i valori/notizia.I valori/notizia cambiano nel tempo, ciò si manifesta chiaramente nella specializzazione tematica che in un determinato periodo storico i mezzi di informazione si danno. Argomenti che qualche anno fa semplicemente non esistevano oggi fanno normalmente notizia, mostrando la graduale estensione del numero e del tipo di soggetti tematici considerati notiziabili. Alcuni di essi si sono imposti al punto di determinare una copertura informativa specifica, sotto forma di rubriche, pareri specialistici, inserti speciali e così via.

 

Qual è il rapporto tra Mass media, opinione pubblica e costruzione di realtà?

Secondo gli autori Mancini e Marini (2006)i media non rappresentano semplicemente il mondo, ma piuttosto essi danno forma al mondo, ne vanno a creare la nostra stessa esperienza. L’ambiente umano si costruisce a partire dai media e intorno ad essi, poiché questi plasmano le strutture percettive e cognitive con cui l’uomo vede e agisce nel mondo. L’uomo è il servo meccanico (2006)[viii] dei suoi media. Seguendo quest’ottica, perde di significato parlare di cultura di massa, sarebbe invece più adeguato parlare di cultura dei media, in quanto sono i diversi media, di volta in volta dominanti, che generano e definiscono i diversi modelli culturali entro i quali viviamo. Mancini e Marini (2006)parlano della cultura contemporanea come di una cultura mosaico, essa cioè, si presenta come un insieme di frammenti posizionati gli uni su gli altri, senza costruzione, senza punti di riferimento, in cui nessuna idea è necessariamente generale, ma molte idee sono importanti. I mass media sono i principali artefici della nostra cultura, essi la filtrano, ne prelevano elementi particolari per conferire loro importanza, valorizzano un’idea, finendo col polarizzare completamente il campo culturale entro il quale viviamo. I media costituiscono i fattori primari nella formazione della coscienza collettiva, intesa come l’insieme di idee sulla realtà sociale e sugli accadimenti, che accettiamo come ovvie e diamo per scontate. Secondo Wolf (1992), gli effetti dei media sono in gran parte inconsci, poiché le persone non sono in grado di dare dei resoconti di ciò che è accaduto su di un dato evento; esse piuttosto mescolano le loro percezioni dirette con quelle filtrate, attraverso la mediazione dei mezzi di comunicazione, in una unità indivisibile che alle persone sembra derivare dai propri pensieri. A questo proposito, Noelle Neumann (2002)[xi] ha teorizzato il concetto di spirale del silenzio, secondo cui più un mezzo di comunicazione riduce la percezione selettiva degli individui, più sarà forte il suo effetto nelle direzioni di rafforzamento e modificazione dell’opinione. Esso rafforza quando supporta gli atteggiamenti già preesistenti e modifica quando li contraddice. L’autrice aggiunge che il processo di formazione dell’opinione pubblica sta nell’interazione tra il monitoraggio che l’individuo compie sull’ambiente sociale circostante e gli atteggiamenti dell’individuo stesso. Ne deriva una concezione integrativa dell’opinione pubblica, nella quale l’accento è posto sulla pressione a conformarsi, che spinge l’individuo ad evitare l’isolamento. L’autrice sostiene che i media creano l’opinione pubblica, in quanto forniscono la pressione ambientale alla quale le persone rispondono sollecitamente con l’adattamento o con il silenzio. Wolf afferma (1992) che ciascuno di noi è quasi totalmente dipendente dai media, sia per la conoscenza dei fatti, della realtà sociale, sia per costruirsi una valutazione degli orientamenti prevalenti. I media forniscono la pressione ambientale, stabiliscono le coordinate dell’ambiente sociale, del clima d’opinione, in cui gli individui si orientano, a cui reagiscono allineandosi, accentuando o attenuando la propria disponibilità ad esprimersi. I media creano la cultura e l’ambiente conoscitivo nei quali l’individuo vive, essi costituiscono una risorsa che l’uomo utilizza nelle interazioni sociali. Secondo Ball e Defleur (1995), la dinamica che porta al realizzarsi degli effetti dei media nella creazione dell’opinione pubblica, prevede che quanto più grande è la dipendenza dai media, più elevato è il livello di attenzione durante la fruizione dell’informazione. Di conseguenza maggiore è il livello di coinvolgimento verso il messaggio, più consistente è la possibilità di comunicazione relativa ai contenuti e successiva alla fruizione, quindi più forte la potenzialità degli effetti, siano essi voluti o non voluti. Se da un lato i media sono utili all’individuo nel raggiungere i propri scopi in diverse sfere dell’agire sociale, dall’altro lato le finalità e i contenuti del sistema dei media non sono sotto il controllo dell’individuo. Tuttavia, secondo Wolf (1992), l’efficacia dei media non conduce a postulare la fine della selettività del pubblico, d’altro canto ammettere la presenza della selettività non significa disconoscere la possibilità che i media abbiano influenze anche consistenti. Viene cosi spezzato il circolo vizioso che se si accetta il potere dei media, si neutralizza la selettività di chi usufruisce dell’informazione, o se si ammette che l’individuo fruisce in maniera selettiva, si penalizza l’influenza dei media. Quindi, sembrerebbe che la fruizione sia tutt’altro che indistinta ed omogenea e che i media abbiano un significativo impatto sociale. Allontanandosi dall’idea di una trasposizione meccanica delle rappresentazioni sociali, dai contenuti dei media alle conoscenze dei destinatari, acquista quindi rilevanza la variabile della competenza nel trattamento delle informazioni da parte degli organi di informazione.  Secondo Defleur e Ball (1995) le interpretazioni che la stampa fa degli eventi possono radicalmente alterare l’interpretazione della realtà delle persone. Secondo gli autori le descrizioni della stampa sono spesso false, nel senso che sono fuorvianti, creano immagini del mondo esterno distorte o addirittura completamente fasulle. Le persone si fanno delle idee sugli accadimenti non sulla base di ciò che effettivamente è accaduto, ma sulla base di quella che pensano sia la situazione reale secondo le descrizioni fornitegli dalla stampa, cioè significati e interpretazioni che spesso corrispondono soltanto in parte a quello che veramente è successo. Gli autori aggiungono che i mezzi di informazione non si predispongono deliberatamente a creare illusioni o a ingannare qualcuno, almeno nella maggior parte dei casi nei paesi occidentali. Al contrario, i codici etici del giornalismo pongono l’accento sull’oggettività e la competenza dell’informazione. Secondo Defleur e Ball, però, questa è una partita persa in partenza, poiché la selettività e le distorsioni delle notizie sfuggono spesso al controllo dei giornalisti stessi e degli editori. Le descrizioni del mondo e dei suoi avvenimenti, presentate dalla stampa, sono sempre una conseguenza di condizioni pregresse, come ad esempio i vincoli imposti al processo di lavorazione della notizia, spazio e tempo sono beni preziosi e tutti i resoconti giornalistici devono essere sommari. Succede così che qualsiasi resoconto giornalistico si concentri su fatti, o sfaccettature di fatti, ne ignori altri, o non approfondisca le informazioni date. Ne consegue un inevitabile scadimento della cura dei dettagli. Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’analisi degli eventi mediatici è il fatto che i mass media non solo producono determinati effetti sul pubblico, ma interferiscono anche sulle istituzioni, premono per imporre adattamenti al comportamento e agli assetti organizzativi. Proprio per questo, Gili (2009)ritiene sia importante comprendere il come i mass media interferiscono ed esercitano pressioni sulle altre istituzioni, finendo per costringerle ad assumere nuovi modi di comportamento e forme organizzative. I mass media, in una società in cui diventano spesso i geatekeeper dell’accesso al pubblico, sembrano in grado di imporre adattamenti alle istituzioni, di modificare i loro codici comunicativi e modelli d’azione. Le istituzioni, che più di altre subiscono l’interferenza e la pressione dei media, sono le istituzioni politiche e integrative, in particolar modo quelle religiose, giudiziarie e del controllo sociale.

 

In cosa consiste la manipolazione nell’informazione?

Secondo Gili (2009), la manipolazione dell’informazione si spiega distinguendola prima di tutto dai concetti di coercizione e persuasione.  Secondo l’autore, la manipolazione è un tipo di influenza diversa sia dalla coercizione che dalla persuasione. Immaginando con A e B l’emittente e il ricevente, la  manipolazione: è diversa dalla coercizione in quanto A cerca di alterare i fattori interni e soggettivi della situazione di scelta di B; al tempo stesso è diversa dalla persuasione poiché non fa appello all’adesione razionale di B, ma mira a condizionarne comportamenti, atteggiamenti e idee senza che B ne sia consapevole. Thompson (1998), definisce l’interazione che avviene tra pubblico e mass media come  interazione quasi mediata, questo per due aspetti principali: innanzi tutto non si rivolge ad altri “particolari”, ma ad un pubblico di riceventi indifferenziato e potenzialmente indefinito; in secondo luogo, la quasi interazione mediata è simile ad un monologo, nel senso che il flusso di comunicazione è prevalentemente unidirezionale. Infatti, mentre alcuni individui sono impegnati nella produzione di messaggi per persone non fisicamente presenti, altri svolgono la funzione di riceventi di forme simboliche create da individui ai quali non possono rispondere, ma cui è possibile si leghino in un rapporto di amicizia, simpatia o fedeltà. Secondo Luhmann (2002), proprio per queste caratteristiche, la comunicazione di massa non può liberarsi dal sospetto della manipolazione.  Secondo Mills“la manipolazione è l’esercizio segreto del potere, sconosciuto a chi ne subisce l’influenza”. La manipolazione, come specifica forma di esercizio del potere, viene esercitata per via indiretta dall’elite dominante attraverso l’apparato culturale, che comprende le istituzioni educative, religiose, culturali e i mass media. Secondo l’autore, all’interno di questo circuito i mass media assolvono un ruolo strategico, poiché attraverso di essi diventa possibile formare le opinioni, sollevare o neutralizzare problemi, canalizzare i bisogni e le aspirazioni, orientare gli atteggiamenti, senza che appaia mai direttamente il collegamento con l’elite dominante.

 

 

Quali sono le differenze tra cronaca nera/giudiziaria e la realtà giudiziaria?

Per quanto riguarda nello specifico i fatti di cronaca nera, per sua stessa natura il delitto sembra non poter fare a meno di trasformarsi in racconto. La sinergia tra informazione e intrattenimento mette in moto un processo in cui i protagonisti della cronaca nera fluttuano tra il piano reale e quello finzionale, alla stregua di protagonisti dei racconti gialli.  La piazza prima, i media poi, trovano la loro ragione d’essere proprio nella funzione che hanno di metabolizzare sentimenti e desideri dell’individuo. Nelle storie di cronaca nera c’è sempre qualcosa che innesca domande senza risposta, apre spazi alla fantasia accendendo curiosità raramente sperimentate nella fruizione di altri tipi di notizie. Risalendo brevemente la storia della cronaca giudiziaria (1976), bisogna far riferimento al patibolo, meccanismo elementare su cui si articolò la macchina della giustizia e del controllo sociale tra il Cinquecento e il Settecento. A quell’epoca, bisognava che il popolo sapesse, ma che anche vedesse con i propri occhi, era necessario che avesse paura, e inoltre che facesse da testimone, da garante della punizione. Nelle cerimonie di supplizio il personaggio principale era dunque il popolo, la cui presenza reale e immediata era richiesta per il compimento del supplizio stesso. Già a quel tempo, veniva messo in scena il grande spettacolo delle pene e della giustizia. La forca entra nel paesaggio quotidiano, diventa oggetto familiare, richiamo di immense processioni che si snodano verso il patibolo. “Questi grandi assembramenti si svolgono in un vero e proprio clima di isteria collettiva: le passioni si scatenano”. Secondo Foucault (1976) l’ostentazione del giudizio non ha solo il significato tradizionale di estirpare la vendetta privata del costume, ma assolve anche un’elementare necessità, ovvero, il popolo deve avere paura e deve essere testimone dell’atto di giustizia. La pubblicità dei processi divenne lo strumento pedagogico per insegnare ad obbedire alla legge. In un periodo poco successivo all’invenzione della stampa vi fu tutta una letteratura che si occupò di raccontare il crimine, svolgendo una funzione fondamentale nella percezione sociale dello stesso. Questa produzione editoriale fu a tutti gli effetti, e per la prima volta, una produzione di massa, per modalità espressive, per quantità, per diffusione, perché era venduta nelle piazze (spesso durante le esecuzioni), nelle strade, nelle campagne.  Potevano comparire resoconti di crimini particolarmente efferati ed eclatanti, con una trattazione a volte del tutto svincolata dall'avvenimento. Non contava la veridicità del fatto, ma la storia in sé. Il delitto dimostrò da subito la capacità di rendere il mercato editoriale attivo e il pubblico estremamente ricettivo. Fin dalla letteratura patibolare, il racconto del crimine è rimasto una costante e un necessario strumento di cui i media si sono ampiamente serviti per portare avanti un’articolata operazione di spettacolarizzazione della morte. Proprio a causa della spettacolarizzazione della cronaca nera si può generare nel lettore-spettatore una certa confusione emotiva, che lo conduce a fruire della notizia di cronaca con la stessa intensità partecipativa che egli pone nella visione di un thriller. Giostra spiega come fin dai tempi antichi e ancora oggi, qualunque comunità, stretta tra la necessità di conoscere, giudicare e punire i comportamenti ritenuti inaccettabili, individua i soggetti e le procedure che sono percepiti come il modo migliore per approssimarsi alla verità. Poiché la giustizia viene percepita soprattutto per come appare, ed appare soprattutto per come è rappresentata dai mass media, è sul loro ruolo che occorre focalizzare l’attenzione.  Ci sono notevoli differenze di sistema tra il piano mediatico e quello giudiziario: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processo mediatico nessun luogo, l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine, l’uno ha un tempo (finisce con il giudicato), l’altro nessun tempo, l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere portato avanti da chiunque. Nel primo ci sono criteri di valutazione, nel secondo valgono l'intuizione, il buon senso, l’emotività. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto, nell’altro, serve spesso ad indurre un convincimento collettivo sulle responsabilità di fatti penalmente rilevanti; in uno il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti istituzionalmente deputati ad amministrare la giustizia, nell’altro, alla “folla” mediatica. Il processo giuridico è eseguito da un organo professionalmente attrezzato, mentre quello mediatico può essere portato avanti da chiunque. Il primo seleziona meticolosamente i dati, mentre il secondo raccoglie in maniera indiscriminata qualunque informazione; il primo si basa su criteri di valutazione, il secondo sull’emotività; da un lato le tempistiche processuali, dall’altro la rapidità della cronaca. Secondo l’autore, nonostante queste notevoli differenze il lettore non sempre riesce a distinguere i due piani e la diversa affidabilità, al contrario è spesso la dimensione formale del processo che risulta meno comprensibile. Ne deriva quasi un’insofferenza per la giustizia istituzionale, fatta di regole e di limiti, mentre la verità immediata dei mass media sembra l’unica verità. Viene così favorita una pubblicità mediata (termine con il quale si fa riferimento alla conoscenza che si realizza quando i membri di una collettività traggono informazioni attraverso i mezzi di comunicazione di massa)costituita da un’informazione spettacolo, che tende a presentare i fatti in forma personalistica e sensazionalistica. Le notizie così riportate, creano soltanto l’illusione di avere sufficiente comprensione del fenomeno giudiziario.

 

 

Cosa si intende per processi spettacolo e come nascono?

Nell’immaginario collettivo il criminale e tutto ciò che lo riguarda occupano un posto specifico. Gianaria e Mittone (1994)ritengono che il crimine, in quanto oggetto di particolare comunicazione, deve prima di tutto scatenare interesse da parte del pubblico. Secondo gli autori al pubblico non interessano tanto le statistiche sul crimine, alle quali rimane presso che indifferente, quanto piuttosto la cronaca di quel particolare evento. Il pubblico presta attenzione all’avvenimento che si distanzia dalla logica sicurezza del suo quotidiano. In questo contesto lo scenario principe per i mass media diviene il processo. Gli autori sottolineano come il lettore ricerchi quotidianamente la notizia di cronaca nera, poiché l’oscuro è fonte di attrazione e allo stesso tempo qualcosa da combattere.Il gatekeeper dell’informazione ha qui un ruolo fondamentale, in quanto è a conoscenza delle aspettative collettive, riuscendo così a graduare i vari temi da esporre per soddisfare il pubblico e anche per indirizzarlo. Gli argomenti vengono scelti in modo tale che vadano a costituire continuamente nuove tematiche di interesse, stimolando così campagne d’opinione funzionali a cambiamenti legislativi o di costume.Sulla stampa vanno a contrapporsi “verità” spesso inconciliabili con quanto effettivamente accade in sede giudiziaria. L’incertezza diventa, quindi, dominatrice della scena mass mediatica e chiave di accensione dell’interesse da parte del pubblico. Giostra ribadisce[xxvi] che il pubblico è arrivato ad abituarsi ad equazioni distorte, come ad esempio informazione di garanzia diventa imputazione, rinvio a giudizio diventa condanna di primo grado, misura cautelare restrittiva diventa esecuzione di pena. Edmondo Bruti (2007), Procuratore aggiunto della Repubblica, ritiene che la spettacolarizzazione della cronaca nera mette in crisi la logica del processo, lo spazio ed il tempo del processo e il rituale del processo stesso, fino a proporre un vero e proprio “processo parallelo”. Il pubblico esige la verità, così la dimensione convenzionale della verità giudiziaria diviene insopportabile. Claudio Santini (2002), Presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, sostiene che mai come oggi nel nostro Paese, il processo influenza la società e la società influenza il processo. In questo circolo di reciproca attrazione e condizionamento, i mezzi di comunicazione di massa risultano essere il ponte di trasmissione. La comunicazione possiede una velocità che spesso trasforma la cronaca in un continuo rincorrersi di vicende progressivamente selezionate col criterio prevalente della "contemporaneità"; ogni nuova notizia cancella quelle precedenti. La cronaca giudiziaria si pone, dunque, in disaccordo con la realtà dell'Amministrazione della Giustizia, la quale è inversamente sempre più lenta. Risulterà quindi al pubblico, accelerazione da una parte e decelerazione dall'altra.  L’opinione pubblica si trova così di fronte a due giustizie parallele, una giudiziaria, la quale conta sempre meno, e una mass-mediatica, che conta sempre più.

In seguito a queste considerazioni possiamo aprire una riflessione sugli elementi salienti che caratterizzano il rapporto che intercorre nella triade media- processo- opinione pubblica: da una parte il lavoro del giornalista e più in generale le caratteristiche della comunicazione di massa, dall’altra l’aspetto psicologico e sociologico proprio degli individui indipendentemente dall’operato dei mass media.  Dunque, da un lato  i media forniscono i contorni dell’ambiente simbolico entro il quale viviamo, costruiscono e diffondono rappresentazioni e modelli di pensiero, per questo motivo la maggior parte degli autori in materia ritiene che i media non rappresentano semplicemente la realtà, ma la costruiscono, dall’altro va comunque considerato l’aspetto narrativo proprio del crimine stesso e la conseguente reazione emotiva del pubblico. Come ha scritto Salvatore Satta “Il pubblico, a tutto può rinunciare ma non al ruolo di spettatore, che assiste, controlla e impara” ed i media, attraverso il loro operato, fanno leva su questo atteggiamento dell’individuo. Per concludere,  risulta indubbia l’importanza del ruolo che i media rivestono nella società contemporanea, essi forniscono modelli interpretativi della realtà, modelli culturali di riferimento, svolgendo al contempo un’importante funzione di integrazione sociale. Tuttavia, è auspicabile rivolgersi al loro operato con uno sguardo critico, che consentirebbe di usufruire della notizia in maniera più consapevole.

 
 

 

Scrivi commento

Commenti: 0

  • loading

 

 

CRIMINOLOGIA- LE ORIGINI- Dott.ssa Cristina Di Loreto

 

Mi  piacerebbe iniziare questo brevissimo contributo ringraziando la Dott.ssa Ilaria Paparesta che ha introdotto l'argomento in oggetto in maniera impeccabile e scientifica e ovviamente le Dott.sse Benedetta Ricci e Valentina Barbagli che con la loro ospitalità e attraverso questo progetto permettono a me e alle colleghe di fare luce su questo affascinante argomento. 

La criminologia, come anticipato dalla collega, è la disciplina che studia il comportamento criminale dal punto di vista statistico, sociale, antropologico, sociologico, giuridico e psicologico attraverso criteri scientifici.

Oggi questa disciplina è soprattutto legata alla tradizione americana, ai telefilm che ci intrattengono con lo studio della scena del crimine o con appassionanti casi in cui l'assassino viene rintracciato attraverso il profiling, è legata all'idea del serial killer o all'immagine di un investigatore sempre minacciato dai delinquenti che tenta di scovare ed arrestare, tuttavia le origini storiche di questa materia sono italiane e non così moderne.

Era la fine del XVIII secolo quando Cesare Beccaria nel 1764 pubblicò il suo trattato “Dei delitti e delle pene” fondando la Scuola Classica e ponendo le basi per una nuova concezione del diritto penale. Beccaria concepiva l'essere umano come un individuo capace di scelta e di ragione, il delitto quindi veniva inquadrato come una violazione del contratto sociale, una rottura di esso operata in modo lucido e consapevole. La sua concezione del diritto penale si basava sull'idea di formulare leggi chiare e garantite, pene certe che pertanto avrebbero dovuto dissuadere l'individuo “lucido e ragionevole” dal commettere reati. 

Durante quegli anni il focus dello studio del criminale si concentrò sul trattamento e sulla concezione di un carcere in grado di educare e riabilitare, di “cambiare” il detenuto ed addestrarlo. Durante questo primo filone di studi furono altre le personalità che lasciarono un contributo,  tra questi: Jeremy Bentham (1787) che propose il Panopticon come struttura architettonica adatta a tale idea di carcere e concepita con l'intento di far percepire al detenuto un controllo visibile ma inverificabile (il detenuto ha sempre di fronte a sé la torre di controllo ma non può verificare la presenza della guardia), dopo di lui in Francia Quetelet (1835) e Guerry (1833) si occuparono di stendere le prime cartografie del delitto e i primi studi sulla statistica e sull'incidenza dei comportamenti criminali rilevando come:

 

  • il delitto sia il prodotto della società e delle sue condizioni generali di vita;
  • il comportamento criminale sia correlato con l'età e con il sesso: i giovani delinquono più degli adulti e i maschi in misura maggiore delle donne;
  • la povertà e il livello culturale non siano direttamente responsabili ma siano piuttosto le diseguaglianze e i contrasti tra povertà e ricchezza ad incidere sugli alti tassi di criminalità.

 

Per tornare in Italia, nella seconda metà del 1800 è Cesare Lombroso a segnare la storia della criminologia nel tentativo di dare un vero e proprio volto al delinquente. Erano gli anni del positivismo e Lombroso costruì una vera  e propria teoria globale del crimine di tipo bioantropologico postulando che i delinquenti  fossero caratterizzati da particolari anomalie o caratteristiche somatiche e pertanto facilmente riconoscibili.

Lo studio della materia dopo le teorizzazioni di Lombroso in Italia subì un brusco calo per diversi motivi, non ultimo la presenza della chiesa che si opponeva all'idea di un positivismo che mettesse da parte il concetto del libero arbitrio e della scelta individuale.

Gli aspetti di cui oggi mi occupo non sono legati alle teorie criminologiche o allo studio delle radici storiche della materia, ma penso che conoscere tali radici possa essere una prospettiva interessante da cui osservare questa disciplina e da cui iniziare a conoscerla.

 

 

Chi è la Dott.ssa Cristina Di Loreto

 

Psicologa Clinica e della Salute, esperta in “Psichiatria, Psicopatologia Forense e Criminologia”

Regolarmente iscritta all'Albo degli Psicologi della Toscana Sez. A num. 6549

Ho svolto il Tirocinio post-lauream e sto svolgendo quello di specializzazione presso  Associazione Artemisia di Firenze (centro anti-violenza che si occupa di offrire sostegno psicologico e protezione a donne vittime di violenza fisica, psicologica, economica, sessuale e di stalking)

Psicologa del CERCHIOBLU (Associazione che si occupa di prevenzione e gestione dello stress lavoro-correlato degli appartenenti delle Forze dell'Ordine e di Sicurezza, formazione, sostegno psicologico e sensibilizzazione sul tema dello stress del lavoro in divisa.)

Ho pubblicato all'interno della Collana I MANUALI DI CERCHIOBLU:

 

  • “L'intervento della Polizia di Stato: esposizione a fattori traumatici, rischi e conseguenze per gli operatori.”- Stressors acuti e cronici, specificità e rischi del lavoro in divisa.- Luglio 2013

 link libro;

 http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=995122 

 

Sito Web www.psicologa-salute-firenze.it

Pagina Facebook  https://www.facebook.com/DiLoretoCristina 

 

Pagina Scoop Criminologia e Psiche   http://www.scoop.it/t/criminologia-e-psiche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti: 0

  • loading

LA CRIMINOLOGIA - Dott.ssa Ilaria Paparesta

Con il primo "ospite" vogliamo far chiarezza su cosa sia realmente la CRIMINOLOGIA. Tra leggende, fatti di cronaca e programmi tv la curiosità nei confronti di questa disciplina è sempre più forte anche tra i non addetti ai lavori, ma di confusione ce ne è tanta. Per questo abbiamo chiesto a chi ne sa più di noi.

 

Vediamo chi è la Dott.ssa Ilaria Paparesta:

Laureata nel 2009 in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università degli Studi di Firenze, Master in Criminologia e devianza sociale all’Università degli Studi di Siena, ha conseguito il Corso di Perfezionamento in Criminal Profiling a Torino presso l’Istituto di Alta Formazione Rebaudengo ed infine ha frequentato l’Accademia di Scienze Forensi a Roma.

Tra le sue esperienze lavorative annovera 6 mesi di tirocinio formativo post-laurea presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze.

 

 

 

 

Che cos’è la criminologia e campi d’applicazione

 

La criminologia è la disciplina che studia uno dei tanti agire dell’essere umano, sia come atto individuale che come fenomeno sociale e lo analizza sotto prospettive eziologiche, del trattamento e della prevenzione. è una scienza multidisciplinare e interdisciplinare che studia il comportamento antisociale allo scopo di conoscere le cause e di realizzare adeguati programmi di prevenzione e trattamento..

 

Non è riservata solo agli operatori del diritto perché offre una prospettiva umanistica, a tutti quei fattori che determinano una scelta di condotta. Il comportamento delinquenziale è una delle forme del comportamento umano, quindi bisogna aver conoscenza delle dinamiche psicologiche e interpersonali. I fenomeni delittuosi interessano tutti per varie ragioni.

 

Il criminologo deve sviluppare il senso critico, in quanto una scienza deve essere neutrale, ma siamo esseri umani davanti ad altri esseri umani, oltre ai giudizi ci sono implicazioni morali e l’appartenenza a teorie.

La criminologia gode di una propria autonomia e di una propria identità. Se è scienza deve rispondere a certi parametri:

> La sistematicità: tutto l’insieme delle conoscenze acquisite viene integrato in un complesso organico;

> La controllabilità: sottoposto a critiche logiche e confrontate con la realtà;

> La capacità teorica: riassumere dati in proposizioni astratte unite con un nesso logico;

> La cumulatività;

> La capacità predittiva: sulla base delle osservazioni deve essere in grado di prevedere il fatto.

 

È una scienza multidisciplinare (diritto, psicologia, sociologia), il criminologo è uno scienziato che dovrebbe integrare in una visione sistemica l’oggetto.

Dialoga con le altre discipline e comprende il fatto in maniera poliedrica. È complessa perché comprende al suo interno diverse sfaccettature, a seconda del settore da cui si proviene. È una scienza :

> empirica

> descrittiva (cerca di creare delle categorie)

> applicativa (a fini educativi, preventivi e trattamentali)

> eziologica

bisogna essere neutrali e avalutativi, anche nella lettura dei dati, bisogna approcciarsi con il beneficio del dubbio.

 

I campi d’indagine della criminologia sono:

> fatti criminosi

> scelte di politica penale

> devianza

> percezione sociale

> reazione sociale

> vittime

> autori

> intervento

> prevenzione

a questi si aggiungono:

> le consulenze (tribunali e avvocati);

> sviluppo di indagini difensive (per le forze dell’ordine in quanto possono avvalersi di ausiliari);

> consulenze per le amministrazioni locali e per le aziende;

> Carcere: invitandolo alla rivalutazione delle proprie scelte.

 

La sua natura poliedrica e multidisciplinare implica che il criminologo debba possedere conoscenze in ambiti anche molto diversi tra loro, come il diritto (penale, civile e carcerario), la psicologia, la sociologia, la medicina legale, la balistica, l’antropologia.

 

Il comportamento delittuoso, essendo anch’esso parte dell’agire umano, può avere una moltitudine di campi d’azione. Siamo portati a considerare un crimine tutto ciò che può avere una natura efferata, ma il raggio d’azione è molto più ampio: si va dall’omicidio al terrorismo, dalla criminalità economica al cyber crime.

 

La criminologia ha al suo interno discipline specifiche nate per studiare e per prevedere il comportamento delittuoso: parliamo del Criminal Profiling, ossia lo studio deduttivo o induttivo dal quale si cerca di delineare un profilo fisico e psicologico dell’autore del reato come supporto alle indagini di polizia; il Geographical Profiling, utilizzabile nei delitti seriali (dai furti agli omicidi), attraverso il quale è possibile delineare il raggio d’azione del reo e individuarne la zona di residenza; il Bloodstain Pattern Analysis, scienza che studia la distribuzione e la direzione delle macchie di sangue per ricostruire la dinamica di un delitto.

 

La criminologia si differenzia dalla criminalistica in quanto quest’ultima è l’applicazione di tecniche di indagine applicate ad una fase specifica, soprattutto in quella iniziale (R.I.S.).

 

In questo articolo ho voluto dare una definizione ampia di cosa sia la criminologia nella realtà, in quanto l’avvento negli ultimi decenni, nel cinema, in televisione e nei libri, ha creato, secondo me, una certa confusione, dando al criminologo una sfaccettatura similveggente fondata su basi ateroiche.

 

C’è da dire anche che, la criminologia è una scienza americana e anglosassone ed in questi paesi è utilizzata e applicata come supporto fondamentale alle indagini, basti pensare che il Federal Bureau of Investigation negli Stati Uniti ha una sezione completamente dedicata allo studio del comportamento criminale.

 

In Italia, sia per la minor incidenza di delitti, sia per una cultura giuridica diversa, il criminologo, come figura professionale, non viene utilizzato come invece potrebbe essere, basti pensare che non esiste un Albo professionale che lo riconosce.

 

 

Paparesta Ilaria

Psicologa e Criminologa

www.criminologapaparesta.wordpress.com

Scrivi commento

Commenti: 0

  • loading